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Cosa faccio se strangolo qualcuno fino a che sviene? (PARTE 1)

Quelli che riporto di seguito sono consigli e informazioni utili circa l’atteggiamento da adottare in caso ci si trovi di fronte ad un’emergenza causata da uno strangolamento durante la pratica in palestra o in gara.
In nessun caso questo è da considerarsi un’articolo scientifico, esso contiene esclusivamente opinioni dedotte da esperienze personali e articoli reperiti on-line.
In ogni caso va considerato esclusivamente come un invito alla pratica responsabile; pratica responsabile che puo’ avvenire esclusivamente grazie alla conoscenza ed in un ambiente appropriato sotto la supervisione di istruttori esperti e qualificati.
Durante la pratica (agonistica e amatoriale) di sport come il Brazilian jiu jitsu, il Grappling e le Mixed Martial Arts, dove è possibile applicare strangolamenti al proprio avversario al fine di indurlo alla resa, è possibile che occasionalmente, vuoi per la testardaggine del proprio compagno di allenamento che rifiuta di arrendersi, vuoi perchè non intenzionalmente lo strangolamento viene protratto eccessivamente a lungo, si puo’ incorrere nella perdita di coscienza del proprio compagno/avversario: questa perdita di coscienza si può talvolta presentare con le caratteristiche di un vero e proprio episodio sincopatico/lipotimico ed essere accompagnato da convulsioni e rilasciamento degli sfinteri con perdita di liquidi biologici.
Ovviamente ci sono parecchi miti e leggende da sfatare circa la pericolosità degli strangolamenti, soprattutto quando questi vengono applicati in un contesto appropriato (palestra, competizione) e sotto la supervisione di istruttori esperti.
Innanzitutto è di fondamentale importanza capire la meccanica che sta dietro agli strangolamenti, ed il processo fisiologico che sottende la perdita di coscienza al fine di evitare danni stupidi dovuti all’ignoranza.
 


Per applicare uno strangolamento efficace in ambito sportivo, e che risponda al criterio di “massimo risultato con il minimo sforzo”, la pressione massima va applicata sul cosidetto “triangolo carotideo”, evitando di applicarla ad altre parti del collo e di causare inutilmente danni alle strutture cartilaginee, alle vertebre cervicali ed agli annessi cutanei.
Se la compressione viene applicata in maniera opportuna, occorono dai 6 ai 10 secondi circa affinchè avvenga la perdita di coscienza, ed una volta che questa viene interrotta il soggetto colpito ha bisogno di circa 10-20 secondi per riprendere coscienza spontaneamente.
Anatomicamente, il triangolo cervicale anteriore contiene il “triangolo carotideo” sul quale andrebbe applicata la pressione per indurre una perdita di coscienza che non comporti lesioni traumatiche delle strutture anatomiche del collo: questa zona contiene strutture fondamentali alla sopravvivenza ed al corretto funzionamento delle funzioni cerebrali e corporee generali quali il nervo vago, le arterie carotidee, le vene giugulari ed il plesso nervoso noto come seno carotideo.
Va ricordato inoltre che per ostruire le vie respiratorie principali (laringe/trachea), casuando spesso danni da traumatismo meccanico potenzialmente fatali, occorre esercitare una pressione circa 6 volte superiore a quella necessaria ad occludere un’arteria, pressione a sua volta superiore a quella necessaria ad occludere una vena principale del collo.
Oltretutto, a protezione delle strutture anatomiche contenute nel triangolo carotideo vi è solo il muscolo platisma (un muscolo estremamente sottile) a sua volta coperto da un sottile strato di cute e grasso sottocutaneo.
Appare così evidente come sia necessaria cosi’ poca pressione (ca. 300 mm Hg) per causare svenimento in un maschio adulto, e come questa pressione possa essere esercitata anche da una donna su un uomo che sia il doppio della sua taglia.
Lo stato di incoscienza conseguente uno strangolamento prolungato, secondo la Society for Scientific Study in Judo del Kodokan, è conseguenza di una temporanea condizione ipossica della corteccia cerebrale: applicando uno strangolamento (solitamente con l’avambraccio o con il bavero del Gi) sul triangolo carotideo si ottiene la temporanea occlusione della vena giugulare e della arteria carotidea, con conseguente riduzione del flusso sanguigno cerebrale, mentre l’arteria vertebrale non viene occlusa, non essendo interessata direttamente dalla compressione.
L’ostruzione venosa gioca un ruolo fondamentale nella perdita di coscienza, in quanto l’ostruzione completa dello scarico venoso crea un ostacolo a monte ed un sovraccarico di portata del circolo cerebrale con conseguente ipossia da deficit indiretto di irrorazione arteriosa.
Si tratta tuttavia di un evento reversibile.
Contrariamente allo strangolamento sanguigno, l’asfissia indotta dalla compressione/ostruzione completa delle vie respiratorie (trachea, laringe, naso/bocca) può condurre a traumatismi severi delle strutture anatomiche che possono risultare nell’interruzione totale di ossigenazione cerebrale, danni irreversibili da anossia e, in mancanza di adeguata assistenza sanitaria, alla morte.
Nello strangolamento sanguigno, la compressione esercitata sulle strutture nervose possono risultare, specialmente in individui predisposti, in turbe del ritmo cardiaco quali bradicardia e ipotensione (stimolazione del Seno Carotideo) o tachicardia e ipertensione (Nervo Vago) più o meno intense.
Durante lo stato di incoscienza possono apparire anche convulsioni simil-epilettiche, che però non lasciano conseguenze particolari o irreversibili una volta recuperato lo stato di coscienza. Ovviamente particolare attenzione va posta all’eventualità che durante le convulsioni la lingua vada ad ostruire meccanicamente le vie aeree.
Tuttavia, nonostante queste eventualità debbano chiaramente essere tenute a mente, appare chiaramente dimostrato da decine di anni di competizioni sportive (Judo, BJJ, Grappling, MMA) che hanno visto intensivamente applicate tecniche di strangolamento la totale sicurezza con cui possono essere applicate le stesse.
I rarissimi casi di morte accidentale hanno visto coinvolte persone appartenti alle forze dell’ordine causare involontariamente la morte di individui sotto influenza di stupefacenti ed abuso di alcolici/psicofarmaci, quindi soggetti ad una combinazione di complicanze (arresto respiratorio, fibrillazione post-bradicardica, convulsioni) accentuate dalla condizione fisica generale e dal contesto, oltretutto nella stragrande maggioranza dei casi la morte è avvenuta per ostruzione post-traumatica delle vie aeree principali.
In un contesto sportivo, adulti sani ed in buona forma fisica non corrono alcun rischio di morte accidentale dovuto alle complicanze esposte prima, sono istruiti all’applicazione di strangolamenti e ne hanno subiti loro stessi, operando in un contesto dove arbitri, atleti ed allenatori sono perfettamente consapevoli delle meccaniche inerenti alla perdita di coscienza in seguito a strangolamento, e sono pronti ad intervenire tempestivamente. (…)