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Come diventare CINTURA NERA di BJJ!

Ok, lo ammetto…ho scelto il titolo solo per destare interesse nell’articolo!
In realtà non so esattamente nemmeno io come si riesca a diventare cintura nera di jiujitsu; ma una cosa la so di certo: non bisogna MAI smettere di allenarsi!
Bella scoperta, penserà chi legge…paragonabile alla scoperta dell’acqua calda o della bolla di sapone.

La verità è che a spingermi nell’elaborazione di questo articolo è il misto di delusione e sconcerto che provo ogni qualvolta vedo compagni di allenamento perdersi per strada, ragazzi talentuosi o meno che soccombono agli ostacoli che prima o poi si frappongono all’evoluzione umana e sportiva di ogni lottatore, spesso sopraffatti dalla frustrazione e dallo smarrimento dovuti ad un’interpretazione, a mio personalissimo avviso, errata della pratica.

Qual’è la differenza che ha trasformato un giovane Jacarè cintura blu nella cintura nera internazionalmente ammirata e riconosciuta che è oggi, mentre chissà quanti suoi talentuosi compagni di pratica si sono smarriti lungo il cammino? Che fine hanno fatto tutti quei compagni che come voi indossavano una cintura bianca il vostro primo giorno di allenamento?
Questo spreco di potenziale umano deve avere senza dubbio una spiegazione, ed è giusto interrogarsi sui motivi di tale dispersione per correggere e migliorare il proprio processo di evoluzione personale da Homo Sapiens ad Homo Sapiens Luctator!
Troppo spesso, soccombendo ai nostri demoni interiori, siamo i primi a crearci degli alibi e giustificazioni tese a deresponsabilizzarci ed a scaricare su chi circonda il peso delle nostre scelte negative e delle nostre sconfitte: compagni d’allenamento, maestro/istruttore, struttura dove ci si allena, famiglia, lavoro…ogni scusa è buona per individuarli come responsabili della nostra personale resa interiore, mentre la verità è che NIENTE e NESSUNO può trasformarci in un LOTTATORE, se non noi stessi.
Innanzitutto è opportuno e indispensabile organizzare la nostra pratica in maniera intelligente e funzionale, in modo da gestire le nostre energie e canalizzarle al meglio. Ho trovato molto interessante e sintetico un articolo scritto sull’argomento dall’amico Bernardo Serrini, maestro e cintura nera di BJJ, sul suo blog (http://branquino.blogspot.com/2010/02/la-corretta-gestione-dei-tempi-per-una.html) in cui il nostro amico indica attraverso preziosi consigli come aggirare uno dei primi scogli alla pratica quotidiana delle arti lottatorie: l’organizzazione razionale dei nostri tempi di allenamento e non, in maniera da armonizzarli alla ricerca della massima funzionalità.
Solo così non avremo scuse da frapporre tra noi e il tatami: non ci saranno impegni di lavoro o di famiglia a trattenerci!
Ma spesso, al di là delle incombenze quotidiane che possono frenare la nostra crescita, il vero nemico del lottatore si cela subdolamente: la continua lotta contro i demoni che ci rodono da dentro.
Vanità, orgoglio, pigrizia mentale e fisica…sono solo alcuni degli ostacoli che si frappongono alla nostra evoluzione personale.

“Nell’allenamento non bisogna essere orgogliosi, la sfida consiste nel riuscire a portare a termine una manovra, non provare che si è invincibili” – Xande Ribeiro.

Troppo spesso mi capita di scorgere frustrazione nello sguardo di compagni di allenamento meno esperti che soccombono regolarmente in sparring contro partner più esperti e smaliziati: i più deboli psicologicamente non riusciranno a sfruttare l’opportunità motivazionale che una situazione come questa rappresenta per la propria evoluzione, e tenderanno a cadere in uno stato di frustrazione, demotivandosi ed abbandonando gli allenamenti giustificandosi con frasi del tipo: non sto progredendo.

Falso! Assumere come punto di riferimento dei propri progressi lottatori a noi superiori è giusto, ma non dobbiamo mai scordarci che anche loro sono in un cammino di evoluzione continuo, e che a volte più noi ci avviciniamo al loro livello…più il livello di questi a sua volta si alza, mantenendo un gap. Dobbiamo essere allora veramente onesti con noi stessi, ed interrogarci con sincerità sui nostri reali sforzi, sul sacrificio e sulla dedizione che veramente abbiamo profuso nella pratica: solo quella dobbiamo comparare a quella dei nostri compagni…e solo in quella dobbiamo essere superiori!
Calpestiamo il nostro orgoglio ogni volta che saliamo sul tatami e accettiamo i nostri progressi come debita e proporzionale conseguenza della dedizione e dei sacrifici offerti: niente ci viene regalato, ma tutto quello che otteniamo è frutto solo dei nostri sforzi, e proporzionale ad essi.
Impegniamoci con serietà e dedizione nella pratica di ogni giorno, curiamo la nostra dieta e la nostra salute, acculturiamoci ampliando gli orizzonti della nostra conoscenza, pianifichiamo la nostra preparazione fisica in maniera compatibile al nostro stato di allenamento e salute ponendoci degli obiettivi realistici, avviciniamoci con amore e con rispetto alla lotta, ed essa ci ripagherà con sensazioni e benefici impagabili.

“Ogni giorno, quando ti svegli e stai per alzarti, calpesta la tua vanità” – Alvaro Barreto
Altro motivo ingiusto di frustrazione è la mancanza di risultati agonistici. Troppo spesso quando i nostri desideri di vittoria e di successo vengono disattesi, la reazione principale attraversa un processo paragonabile a quello dell’elaborazione di un lutto: rabbia, negazione e rancore.
Siamo pronti a dare la colpa a chiunque, tranne a noi stessi.
I compagni di allenamento non sono abbastanza competivi, il maestro non insegna bene e non ci ha seguito abbastanza, la palestra fa schifo e bla bla bla.
Ma noi quanto ci siamo VERAMENTE impegnati per vincere? Quanto abbiamo sacrificato di noi stessi? Quanto ci siamo messi in gioco e ci siamo assunti le nostre responsabilità?
Sparring partner, istruttori e materassine fighe sono solo dei mezzi…ovviamente importanti, ma non sostituibuili con la nostra VOLONTA’ e la nostra PASSIONE.
Un buon maestro può esserci di guida e ispirazione, ma non può sostitursi alla nostra volontà di migliorare e di crescere, non può instillare nel nostro cuore la passione che sola fa ardere il sacro fuoco che ci conduce all’evoluzione personale.
Ogni esperienza fisica e psichica, che quindi io considero totalizzante, come quella della Lotta altro non è che un percorso di RICERCA, un travaglio fisico e psichico, una battaglia continua contro i nostri demoni interiori che ha un solo fine: diventare UOMINI (e donne…) migliori.
Il vero nocchiero che ci può traghettare in questo percorso è il nostro animo, la nostra forza interiore: un maestro può e deve essere un punto di riferimento, ma non potrà mai sostituirsi alla nostra volontà…deresponsabilizzarsi delegando al nostro maestro il risultato dei nostri sbagli significa non riconoscere l’importanza che hanno la ricerca PERSONALE e la responsabilità individuale nell’indicarci la via per la nostra progressione.
E’ indubbio che il momento agonistico sia di fondamentale importanza per la crescita tecnica, caratteriale ed emotiva del praticante.
Ma bisognerebbe interrogarsi anche sul perchè questo sia importante per noi, e cosa rappresenti davvero in termini di evoluzione personale.
I benefici ottenuti attraverso la pratica agonistica sono incomparabili e insostituibili per un lottatore: attraverso il confronto con i nostri avversari impariamo a conoscere noi stessi, a migliorarci come persone attraverso una razionalizzazione dei nostri obiettivi ed una comprensione più profonda del nostro animo, a stabilire un contatto con la nostra natura più intima.
Attraverso la pratica agonistica impariamo ad essere focalizzati sui nostri obiettivi, a designarne di nuovi ed a lottare per raggiungerli e conquistarli. Ci riconciliamo in maniera sana con la nostra natura competitiva e con la nsotra aggressività. Impariamo i valori dell’onestà e del sacrificio, della solidarietà verso chi perde e del rispetto verso chi vince.
Vincere è bello, soddisfa il nostro ego e la nostra vanità, ma non dobbiamo scordarci che non rappresenta il fine ultimo della pratica: bisogna imparare ad accettare la sconfitta ed a trarne insegnamenti preziosi, senza per questo abituarcisi o rassegnarcisi.
Il jiujitsu, il grappling, la lotta…sono come tutto il resto degli avvenimenti che ci circondano: a volte ci sono giornate positive, a volte giornate negative…l’importante e non desistere mai.
Calma e pazienza saranno gli amici migliori della cintura bianca, dedizione nell’approfondire ed eviscerare ogni dettaglio nascosto della pratica sarà il segreto del praticante più evoluto.

“Il Jiu Jitsu è così diversificato che è impossibile stagnare completamente. Quando il tuo gioco raggiunge una fase di stallo, impegnati a praticare delle alternative” – Sylvio Behring

Non mi sento la persona più adatta a dare questo tipo di consigli, ma credo che a volte la volontà vada anche educata ed incentivata ricorrendo a delle strategie, dei trucchetti e degli accorgimenti pratici volti a migliorare il nostro gioco: i frutti che ne ricasveremo non faranno altro che rinsaldare la fiducia in noi stessi, ed a motivarci ulteriormente a progredire, confermandoci che stiamo percorrendo la giusta strada.
Prendiamo sempre come punto di riferimento in palestra un compagno di allenamento più esperto e più tecnico, utilizzandolo come termometro della nostra pratica: se ci impegnamo come e più di lui vedremo che la distanza si accorcerà.
Ispiriamoci ad un campione del nostro sport, fra quelli che più si avvicinano alle nostre qualità fisiche e caratteriali, cerchiamo di rubare da lui ogni dettaglio, ogni particolare cercando di incorporarlo al nostro gioco: è il modo più semplice e creativo per costruire in tempo breve un gioco efficace ed allo stesso tempo divertente.
Confrontiamoci con i nostri compagni di allenamento con umiltà incoraggiandoli e aiutandoli: essi sono i primi artefici del nostro miglioramento, sono preziosi e insostituibili.
Impariamo tecniche nuove per sollecitare la nostra curiosità e la nostra fantasia, ma non tralasciamo di ripetere all’infinito anche la tecnica più basica e più noiosa: è il segreto del “Jiu Jitsu invisibile” quello di eviscerare ogni minimo dettaglio e particolare da ogni tecnica e movimento fino a farlo nostro ed assimilarlo nella nostra memoria muscolare.
Scopriremo con nostra grande meraviglia che anche Rickson Gracie o JJ Machado hanno ancora da impare molto sull’esecuzione di un armlock: è la ricerca della perfezione tecnica, che non potremo mai raggiungere verso la quale dobbiamo tendere ogni nostro sforzo.
Curiamo tutte le attività complementari a quelle della lotta, che ci permetteranno di crescere in maniera armonica e globale: dieta, preparazione fisica, cultura e arti per affinare la nostra sensibilità.
Spero di non essere stato eccessivamente retorico, superficiale o ripetitivo considerato che ho scritto questo articolo di getto, un po’ perchè da tempo ne avevo abbozzato l’idea nella mia mente, un po’ sollecitato da avvenimenti recenti. Buona pratica e non mollate mai!