Un campione sportivo è il frutto della passione e dell’ossessione.
L’ossessione che lo porta, fin da piccolo, a ripetere lo stesso schema motorio per migliaia e migliaia di ore, allenarsi due o tre volte al giorno e tutti i giorni con lo scopo di eccellere, diventare perfetto, il migliore.
Solo un professionista dello Sport può farlo. Anche se questo significa amputare completamente abilità, capacità ed esperienze motorie che “inquinerebbero” i requisiti richiesti dalla disciplina praticata.
L’iper-specializzazione degli atleti moderni alza drasticamente l’asticella della prestazione sportiva, ma trasforma drammaticamente lo Sport in un prodotto-merce: gli atleti sono una elite inarrivabile per l’uomo comune.
La frustrazione che deriva dall’impossibilità di replicare prestazioni sportive di altissimo livello inibisce la diffusione dello Sport come attività partecipata, collettiva.
Alla fruizione intesa come partecipazione si sostituisce la fruizione passiva dello Sport evento, lo spettacolo sportivo ridotto a prodotto-merce.
L’atleta privato della sua giocosa e gioiosa corporalità e motricità diventa un feticcio sociale, un cyborg medicalizzato, un simulacro del consumo.
Il reale obiettivo dello Sport, la crescita globale motoria della popolazione, viene meno: un popolo di atleti viene sostituito da un popolo di spettatori e di tifosi.
Correre, nuotare, saltare, sollevare pesi, imparare a boxare, a lottare, ad arrampicarsi, a rotolare, a giocare con palle, corde, attrezzi. Riappropriarsi della dimensione ludica che appartiene al movimento. Muoversi.